La rivoluzione del merito: idee (coraggiose) per far ripatrire l'Italia
Al dibattito, moderato da Angelo Crespi, direttore de “Il Domenicale”, hanno partecipato, oltre a Daniele Capezzone, Enrico Brambilla, coordinatore per il PD di Monza e Brianza; Maurizio Del Tenno, Presidente dei Giovani Imprenditori di Confartigianato; Maurizio Lupi, parlamentare di Forza Italia e Presidente dell’Associazione Costruiamo il Futuro; Giancarlo Pagliarini, Presidente della Commissione Federalismo Fiscale del Comune di Milano.
Il discorso di apertura è toccato a Daniele Capezzone che ha illustrato alla platea i meriti di una politica autenticamente liberista anche in prospettiva del rilancio dell’impresa privata: sgravi fiscali, ammortizzatori sociali, sveltimento della macchina burocratica.
Con il procedere degli interventi, la realtà locale della Lombardia (e più in generale del Nord Italia, tradizionale bacino di sviluppo delle piccole imprese) ha determinato l’indirizzo del dibattito: il merito inteso non tanto come quello del singolo ma principalmente di quelle piccole imprese, spesso a conduzione familiare, che producono gran parte della ricchezza italiana e che sopravvivono, a dispetto di tutto, ad un sistema politico a loro ostile.
Gli argomenti, con l’eccezione del contributo di Maurizio Lupi che ha mantenuto il suo discorso sul piano più generale del merito e della meritocrazia come strumento di crescita di una nazione, non erano quelli della politica “alta” ma attenevano ai problemi quotidiani con i quali il piccolo imprenditore deve fare i conti.
Gli interventi sono stati caratterizzati da una sostanziale linearità d’intenti, a prescindere dalla collocazione politica dei relatori: sgravio fiscale e abbattimento degli impedimenti burocratici (apprezzabile la nota di merito che Brambilla ha attribuito a Capezzone per il disegno di legge “Impresa in un giorno”, ora entrata in vigore), federalismo fiscale e affermazione del principio di sussidiarietà, riforma elettorale e della macchina amministrativa.
Anche su una materia tradizionalmente controversa come quella dell’energia, introdotta in chiusura da una domanda del pubblico, vi è stato un generale accordo: sì ai rigassificatori ma anche, con le dovute cautele, al nucleare e a ogni fonte possibile di energia alternativa.
La soddisfazione del pubblico, posto di fronte a proposte concrete, è stata palese, significativa e illuminante e ha condotto ad alcune considerazioni.
In queste settimane segnate da una frenetica corsa al consenso elettorale, i cittadini oltre ad assistere al crearsi di nuovi e positivi sistemi di alleanze all’interno del centrodestra e del centrosinistra (sia pure con questo esecrabile sistema elettorale sembra davvero che stia prendendo vita un embrione di autentico bipolarismo), si trovano a fare i conti con proclami e programmi che si discostano assai poco nei contenuti.
Ipotizziamo che la scelta elettorale possa liberarsi da ogni pregiudizio ideologico, anche se il retaggio ideologico in Italia è molto difficile da sconfiggere: la decisione dell’elettore sarà determinata dalla credibilità e dalla fattibilità degli enunciati che stanno proponendo in queste settimane i due schieramenti avversi. Per inciso: avversi fino a che punto? La prospettiva di una grande alleanza, sulla traccia dell’esempio tedesco, si fa sempre più strada negli ultimi tempi. E non potrebbe essere altrimenti con una maggioranza al Senato che difficilmente potrà essere schiacciante. A prescindere dai risultati delle elezioni.
Tali credibilità e fattibilità potrebbero avere un prezzo molto alto, che nessun governo, né in passato né ora, è parso disposto a pagare: il prezzo della chiarezza, della determinazione e, di conseguenza, della sgradevolezza.
La gente vuole sapere COME si taglierà la spesa pubblica, COME si privatizzeranno le aziende pubbliche; COME si progetteranno nuovi impianti per l’energia, COME si troverà lavoro ai giovani; COME si riformerà la scuola e l’università, COME verrà garantita la sicurezza, COME si riavvierà l’economia nazionale e via dicendo. E vuole avere la certezza che i programmi siano rispettati, non usati come specchi per le allodole. La gente vuole fatti, non più parole.
I nostri governanti dovranno fare scelte difficili e scomode per un fine comune che darà risultati solo sulla distanza. Questo la gente lo sa. Aspetta solo che qualcuno abbia il coraggio di dire la verità sui sacrifici da affrontare e di dichiararsi disposto a condurre a termine un progetto, costi quello che costi, non trincerandosi dietro demagogiche affermazioni foriere di consensi destinati a essere presto delusi.
Il popolo degli indecisi (quello che determinerà il risultato elettorale) si orienterà verso chi esporrà, dati alla mano, con quali sistemi intenda mantenere la parola data per portare a termine una vera politica di riforme liberali.
Infine un’ultima annotazione che attiene a una qualità preziosa e purtroppo quasi sconosciuta ai nostri politici: solo smettendo una volta per tutte di denigrare l’avversario, sottolineandone le pochezze e gli errori, ma riconoscendone, la dove ci sono, i meriti, la gente avrà la sensazione di essere uscita dal quel pollaio che è il nostro dibattito politico.
Venerdì 22 febbraio 2008
Elena Grandi
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