giovedì 28 febbraio 2008

La rivoluzione del merito: idee (coraggiose) per far ripatrire l'Italia

Il Circolo Giovani del Buon Governo di Giussano e Carate Brianza ha organizzato un interessante incontro dedicato a “La rivoluzione del merito: idee (coraggiose) per far ripartire l’Italia”.
Al dibattito, moderato da Angelo Crespi, direttore de “Il Domenicale”, hanno partecipato, oltre a Daniele Capezzone, Enrico Brambilla, coordinatore per il PD di Monza e Brianza; Maurizio Del Tenno, Presidente dei Giovani Imprenditori di Confartigianato; Maurizio Lupi, parlamentare di Forza Italia e Presidente dell’Associazione Costruiamo il Futuro; Giancarlo Pagliarini, Presidente della Commissione Federalismo Fiscale del Comune di Milano.
Il discorso di apertura è toccato a Daniele Capezzone che ha illustrato alla platea i meriti di una politica autenticamente liberista anche in prospettiva del rilancio dell’impresa privata: sgravi fiscali, ammortizzatori sociali, sveltimento della macchina burocratica.
Con il procedere degli interventi, la realtà locale della Lombardia (e più in generale del Nord Italia, tradizionale bacino di sviluppo delle piccole imprese) ha determinato l’indirizzo del dibattito: il merito inteso non tanto come quello del singolo ma principalmente di quelle piccole imprese, spesso a conduzione familiare, che producono gran parte della ricchezza italiana e che sopravvivono, a dispetto di tutto, ad un sistema politico a loro ostile.
Gli argomenti, con l’eccezione del contributo di Maurizio Lupi che ha mantenuto il suo discorso sul piano più generale del merito e della meritocrazia come strumento di crescita di una nazione, non erano quelli della politica “alta” ma attenevano ai problemi quotidiani con i quali il piccolo imprenditore deve fare i conti.
Gli interventi sono stati caratterizzati da una sostanziale linearità d’intenti, a prescindere dalla collocazione politica dei relatori: sgravio fiscale e abbattimento degli impedimenti burocratici (apprezzabile la nota di merito che Brambilla ha attribuito a Capezzone per il disegno di legge “Impresa in un giorno”, ora entrata in vigore), federalismo fiscale e affermazione del principio di sussidiarietà, riforma elettorale e della macchina amministrativa.
Anche su una materia tradizionalmente controversa come quella dell’energia, introdotta in chiusura da una domanda del pubblico, vi è stato un generale accordo: sì ai rigassificatori ma anche, con le dovute cautele, al nucleare e a ogni fonte possibile di energia alternativa.
La soddisfazione del pubblico, posto di fronte a proposte concrete, è stata palese, significativa e illuminante e ha condotto ad alcune considerazioni.
In queste settimane segnate da una frenetica corsa al consenso elettorale, i cittadini oltre ad assistere al crearsi di nuovi e positivi sistemi di alleanze all’interno del centrodestra e del centrosinistra (sia pure con questo esecrabile sistema elettorale sembra davvero che stia prendendo vita un embrione di autentico bipolarismo), si trovano a fare i conti con proclami e programmi che si discostano assai poco nei contenuti.
Ipotizziamo che la scelta elettorale possa liberarsi da ogni pregiudizio ideologico, anche se il retaggio ideologico in Italia è molto difficile da sconfiggere: la decisione dell’elettore sarà determinata dalla credibilità e dalla fattibilità degli enunciati che stanno proponendo in queste settimane i due schieramenti avversi. Per inciso: avversi fino a che punto? La prospettiva di una grande alleanza, sulla traccia dell’esempio tedesco, si fa sempre più strada negli ultimi tempi. E non potrebbe essere altrimenti con una maggioranza al Senato che difficilmente potrà essere schiacciante. A prescindere dai risultati delle elezioni.
Tali credibilità e fattibilità potrebbero avere un prezzo molto alto, che nessun governo, né in passato né ora, è parso disposto a pagare: il prezzo della chiarezza, della determinazione e, di conseguenza, della sgradevolezza.
La gente vuole sapere COME si taglierà la spesa pubblica, COME si privatizzeranno le aziende pubbliche; COME si progetteranno nuovi impianti per l’energia, COME si troverà lavoro ai giovani; COME si riformerà la scuola e l’università, COME verrà garantita la sicurezza, COME si riavvierà l’economia nazionale e via dicendo. E vuole avere la certezza che i programmi siano rispettati, non usati come specchi per le allodole. La gente vuole fatti, non più parole.
I nostri governanti dovranno fare scelte difficili e scomode per un fine comune che darà risultati solo sulla distanza. Questo la gente lo sa. Aspetta solo che qualcuno abbia il coraggio di dire la verità sui sacrifici da affrontare e di dichiararsi disposto a condurre a termine un progetto, costi quello che costi, non trincerandosi dietro demagogiche affermazioni foriere di consensi destinati a essere presto delusi.
Il popolo degli indecisi (quello che determinerà il risultato elettorale) si orienterà verso chi esporrà, dati alla mano, con quali sistemi intenda mantenere la parola data per portare a termine una vera politica di riforme liberali.
Infine un’ultima annotazione che attiene a una qualità preziosa e purtroppo quasi sconosciuta ai nostri politici: solo smettendo una volta per tutte di denigrare l’avversario, sottolineandone le pochezze e gli errori, ma riconoscendone, la dove ci sono, i meriti, la gente avrà la sensazione di essere uscita dal quel pollaio che è il nostro dibattito politico.

Venerdì 22 febbraio 2008
Elena Grandi

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venerdì 15 febbraio 2008

Flat Tax e meritocrazia: venerdì 22, due incontri con Daniele Capezzone

Decidere Milano ti invita a partecipare a due importanti iniziative in data venerdì 22 febbraio.

Venerdì 22 febbraio, alle ore 12.30, presso la "Aula 5" della Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano (via Conservatorio 7), avrà luogo una "Discussione sulla proposta d'introduzione della flat tax in Italia".

Interverranno Daniele Capezzone e Filippo Penati.
Modererà l'incontro Marco Alfieri (Sole 24 Ore).

L'iniziativa è organizzata e promossa da "Susp" (Students' Union Scienze Politiche) e da "Decidere Milano".

Venerdì 22 febbraio, alle ore 20.45, presso l'Hotel Habitat, viale Como 2, Paina di Giussano (Provincia di Milano, prendendo viale Zara a 500 metri dall'uscita di "Verano Brianza"), avrà luogo l'incontro dal titolo: "La rivoluzione del merito: idee coraggiose per far ripartire
l'Italia".

Interverranno Enrico Brambilla (Coordinatore PD di Monza e Brianza), Daniele Capezzone, Maurizio Del Tenno (Presidente Giovani Imprenditori Confartigianato), Maurizio Lupi (Presidente Associazione "Costruiamo il futuro") e Giancarlo Pagliarini.
Modererà l'incontro Angelo Crespi (Direttore de "Il Domenicale").

L'iniziativa è organizzata e promossa da "Associazione Il Circolo Giovani del Buon Governo di Giussano e Carate" e da "Decidere Brianza".

Per ulteriori informazioni: Adriano Corigliano (334 8264407) o Stefano Bucello (349 1259617).

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lunedì 11 febbraio 2008

Realizzare la politica del merito nella Pubblica Amministrazione

Facciamo uno scenario ottimista: i prossimi governanti decidono di voler applicare la politica del merito nella Pubblica Amministrazione. Aggiungiamo allo scenario un'ulteriore – e più audace – nota di ottimismo: i cittadini e i media sostengono questa decisione e non appoggiano le resistenze della parte della Pubblica Amministrazione che non vuole cambiare.

Bene. Quand'anche ci trovassimo in queste condizioni (ovviamente essenziali), ancora nulla sapremmo di COME la politica del merito potrebbe essere realizzata e di CHI sarebbero i soggetti responsabili della sua implementazione.


COME ?
Le migliori pratiche internazionali di gestione delle risorse umane in ambito organizzativo (nate e diffusesi certamente nel settore privato, ma applicate in alcuni Paesi anche nel settore pubblico) suggeriscono di partire da queste tre domande (non me ne vogliano gli addetti ai lavori per la semplificazione che qui privilegio e mi sia consentito il taglio da practitioner del mestiere quale sono):
- come retribuire in base al merito ?
- come far fare carriera in base al merito ?
- come favorire l'employability delle persone ?


Retribuire in base al merito ( sia le risorse direttive, sia tutti i dipendenti) significa poter pagare diversamente le professionalità a seconda di come paga il mercato del lavoro e avere strumenti di valutazione delle performance (per obiettivi o per comportamenti, a seconda dei diversi livelli e ruoli) che apprezzino il contributo dato da ogni persona e gruppo di persone. Conseguentemente:
1. Per manager e personale professionalizzato (che oggi in ogni organizzazione occidentale sono o stanno diventando la maggioranza) la retribuzione è in parte legata al valore di mercato;
2. Per tutti, parte della retribuzione è fissa, parte è legata al merito di prestazione. Dove "casca l'asino" (anche nelle organizzazioni profit e private, ma in modo scandaloso quando si va a vedere cosa succede oggi in quasi tutte le Pubbliche Amministrazioni italiane, anche le più avanzate che si sono dotate di sistemi di valutazione per obiettivi) è come viene fatta la valutazione: se la prassi è che la prestazione viene valutata da buona a eccellente per tutti, i sistemi non servono a nulla. E prescindo qui dai casi di "manifesta inadempienza prestazionale" (insomma i "fannulloni" descritti da Ichino), per i quali il tema non è se premiare o no il merito, ma come sanzionare l'inadempienza.


Far fare carriera in base al merito (che è il contrario degli avanzamenti per anzianità o del fare carriera per tessera partitica o per appartenenza sindacale o per clan) richiede di valutare se una persona ha dato finora buone prestazioni (se non le ha date perché deve avere carriera e avanzamenti ?), ma soprattutto se ogni persona ha potenzialità che possano essere valorizzate in ruoli di maggiore responsabilità.
La prassi di valutare con metodo le potenzialità delle persone (almeno di quelle più scolarizzate e professionalizzate) è diffusa da decenni nelle grandi organizzazioni private, non si capisce perché le grandi organizzazioni pubbliche non possano avere una medesima opportunità / libertà gestionale. Valutare e valorizzare i talenti e le potenzialità è il massimo della democraticità organizzativa e della mobilità sociale: è chi parte "dal basso" a beneficiarne di più se ha talento.


Infine l'employability, detta all'italiana l' "impiegabilità", che è la politica che promuove sia la responsabilizzazione di ogni persona nel mantenersi "employable", cioè con competenze e professionalità sempre spendibili sul mercato del lavoro, sia corrispettivamente responsabilizza organizzazioni e società non al "garantire il posto sicuro dalla culla alla tomba", ma ad offrire costantemente all'individuo opportunità di professionalizzazione (formazione, sviluppo competenze, centri per l'impiego, ecc) . Politica – base sia di Governi (come non ricordare l'epoca blairiana ?), sia della maggior parte delle grandi aziende globali, la politica dell'employability è legata a filo doppio con il "welfare to work" e con ogni progetto di mercato del lavoro flessibile.
Il merito passa anche di qui (forse soprattutto di qui) perché è meritevole chi si responsabilizza costantemente sull'aggiornamento della propria professionalità e delle proprie competenze, sfruttando le opportunità offerte dalla società e dalle organizzazioni.


Applicare la politica del merito significa dunque pagare le professionalità anche in base al loro valore di mercato, retribuire anche in base a valutazioni di performance differenzianti, far fare carriera a chi è valutato con maggiori potenzialità e riconosciuto dotato di talento utile per l'organizzazione, dare più opportunità di professionalizzazione a chi si responsabilizza sul proprio bagaglio di competenze.
Chi dichiara di volere la "società del merito", di volere la meritocrazia nella PA, sa che significherà fare queste cose ? E' pronto a dotare la PA degli strumenti gestionali che servono per fare questo ? E' pronto a smantellare quella normativa e a rimettere in discussione quei contratti che rendono difficile l'applicazione di queste cose (anche se gli ultimi contratti dichiarano formalmente di volere proprio la meritocrazia)?
Un'obiezione diffusa è: la Pubblica Amministrazione ha un sacco di peculiarità, deve tener conto di norme e prassi che impediscono una gestione realmente meritocratica. Per l'appunto ! La politica è quella che dovrebbe creare le condizioni normative perché la gestione meritocratica sia incentivata, non ostacolata.


CHI ? Quali sono i soggetti – chiave per la realizzazione di una politica meritocratica in un'organizzazione, per una applicazione effettiva dei metodi e dei criteri che ho provato ad enunciare ?
Qui la mia risposta è netta, e però altrettanto difficile da applicare. La responsabilità è del management (i funzionari direttivi), mentre la condivisione con il sindacato delle singole scelte micro-gestionali (come suggerisce l'accordo Governo – sindacati dell'anno scorso) è deleteria.
Quand'anche si propendesse per una visione della PA da "cogestione" (cosa di cui personalmente fatico a vedere i benefici per la collettività), essa al massimo dovrebbe riguardare le scelte e le strategie generali, non dovrebbe mai diventare una prassi di codecisione tra manager e sindacalista su una singola valutazione di una persona, sul promuoverla o no, sul proporne una mobilità, su una modifica di funzionamento operativo, ecc.
La difficoltà non è solo definire in modo diverso dalla prassi attuale il modello di relazioni sindacali all'interno della PA, ma forse ancor di più selezionare, responsabilizzare, motivare e preparare il dirigente della PA per un ruolo molto diverso da come viene per lo più giocato oggi.
Chi vuole la meritocrazia nella PA, se la sente di far la traversata (traversata perché storicamente il passaggio non è mai stato brevissimo per nessuna realtà) di "costruzione" dei nuovi profili manageriali e di modifica del modello di relazioni sindacali esistente?


Enrico Oggioni 7 febbraio 2008

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