mercoledì 1 ottobre 2008

Incontro "Energia per l'Italia" lunedì 6 ottobre

Lunedì 6 ottobre 2008, dalle ore 19 alle ore 21 presso il bar Baldassarre di piazza Velasca 5 (MM Missori), verrà presentato il "position paper" sull'energia in Italia preparato dal gruppo "Energia" nato nei mesi scorsi all’interno dell’associazione Decidere Milano e guidato da Gianluca Alimonti, che sarà anche il conduttore dell’incontro. Del gruppo fanno parte oltre ad Alimonti, anche Enrico Oggioni, Elena Grandi, Stefano Bucello, Cristian Cattalini, Diego Menegon e Salvio Di Maio.

Anche se il position paper verrà brevemente illustrato all’inizio dell’incontro, se ne raccomanda una lettura preliminare. Cliccare sul collegamento seguente:

http://www.decideremilano.net/uploaded_files/PP%20Energia.pdf



Vi aspettiamo dunque lunedì prossimo al bar Baldassarre.


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giovedì 24 aprile 2008

La ricerca paga

Un articolo apparso nei giorni scorsi su Science Daily annuncia un’importante scoperta nel settore dei biocarburanti prodotti da sostanze lignocellulosiche, altrimenti detti di seconda generazione.

I biocarburanti di prima generazione sono quelli che devono contare su colture alimentari come materia prima. Mais, soia, palma e canna da zucchero sono tutte ottime fonti facilmente accessibili di zuccheri, amidi e olii. I problemi maggiori con i biocarburanti di prima generazione sono numerosi e ben documentati dai vari media, e vanno dalle perdite di energia al netto delle emissioni di gas serra ad un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari. Per dare l’idea della bassa produttività di questi biocarburanti, da un ettaro coltivato a mais si può arrivare a produrre una tonnellata di biodiesel: se i terreni italiani attualmente incolti (a meno che non ci sia qualcuno che preferisca andare in auto anzichè nutrirsi!...) fossero dedicati al mais per biodiesel, si riuscirebbe a soddisfare meno del 5% del parco trasporti nazionale.

Non è certo una strada che porta lontano.

I biocarburanti di seconda generazione o lignocellulosici, utilizzano la biomassa di residui boschivi o dell’industria agroalimentare, coltivazioni a rapida crescita tipo il pioppo o il sempre più famoso e studiato Miscanthus in grado di produrre decine di tonnellate di biomassa per ettaro. I sistemi di produzione appositamente progettati utilizzano microrganismi per lavorare la materia prima dura come la cellulosa per estrarne zuccheri poi fermentati. In alternativa processi termochimici vengono utilizzati per trasformare la biomassa in liquido.

Il grosso vantaggio rispetto ai biocarburanti attuali è che possono utilizzare un bacino di raccolta di biomassa assai maggiore proveniente da coltivazioni che non entrano in conflitto coi prodotti alimentari ed hanno un bilancio energetico decisamente conveniente, una volta messi a punto i processi produttivi.

Ed è proprio in questo settore l’annuncio riportato da un articolo di “Chemistry & Sustainability, Energy & Materials” ove ricercatori dell’Università del Massachusetts-Amherst hanno annunciato la prima conversione diretta di sostanza lignocellulosica in benzina sintetica.
Possono necessitare anni prima che questa benzina verde arrivi alle pompe dei distributori ma questa scoperta ha superato diversi ostacoli verso l’ingresso nel mercato. Questo processo richiede assai meno energia per produrre del biocarburante, avendo “un’impronta di carbonio” assai minore ed essendone più economica la produzione.

Il nuovo processo per la conversione diretta di cellulosa in benzina verde è all’avanguardia nel progetto “Greeen Gasoline” che la National Science Foundation assieme ad altre agenzie federali americane sta promuovendo. Nel rapporto "Breaking the Chemical and Engineering Barriers to Lignocellulosic Biofuels: Next Generation Hydrocarbon Biorefineries" presentato il primo Aprile, viene descritto il piano per rendere la benzina verde una soluzione pratica per l’imminente crisi dei carburanti.

E’ questa la ricerca a cui facevo riferimento nello scritto “La sfida per l’energia del futuro” apparso di recente in Sistema Università (http://www.sisuni.unimi.it/), su cui puntare con decisione se si vogliono trovare soluzioni vere alle problematiche energetiche del nostro Paese.

Quando si decidono investimenti nel campo delle Energie Rinnovabili è importante distinguere tra tecnologie mature, incentivandone la diffusione (Idroelettrico, Geotermico, Eolico, Solare termico), e quelle che invece necessitano ancora di importanti sviluppi, come l’esempio dei biocarburanti appena visto o il Fotovoltaico: per queste ultime anzichè buttare ingenti capitali in strade non sostenibili, sono sicuramente più opportuni mirati e più limitati investimenti in R&S i cui risultati non sarebbero certi ma in caso di successo molto più utili sia per le nostre Università, sia per le aziende del nostro Paese che tornerebbero ad essere leader mondiali in questo settore, come lo erano nel passato.

Gianluca Alimonti
INFN, Milano

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venerdì 18 aprile 2008

Verso quale energia per il futuro?

Alcuni giorni fa, si è tenuto a Milano, presso il Dipartimento di Fisica dell’Università degli Studi, un convegno dal titolo “I termovalorizzatori: smaltimento rifiuti con recupero energetico o pericolo per la nostra salute?”, (primo di una serie di incontri dedicati al tema dell’energia, la cui documentazione si può trovare nel sito www.mi.infn.it/energiaperfuturo).
Gianluca Alimonti ha moderato l’incontro al quale hanno partecipato l’ Ing. S. Zannier (Unendo), l’ Ing. R. Capra (Presidente Consiglio di Sorveglianza A2A), il Prof. S. Cernuschi (Politecnico di Milano) e il Prof. V. Foà (Comitato Scientifico di garanzia per l'igiene e la salute pubblica per la gestione dei rifiuti della Regione Sicilia).
Al convegno, che ha richiamato un pubblico tanto vasto quanto eterogeneo, studenti, addetti ai lavori, ma anche gente comune, a dimostrazione di quanto l’argomento delle fonti energetiche sia attuale e sentito, si è affrontato un argomento molto dibattuto negli ultimi tempi: sono stati analizzati i meriti e i demeriti dei termovalorizzatori (la cui funzione è doppia, dato che producono energia e al contempo contribuiscono allo smaltimento dei rifiuti) sulla base di cifre e di dati reali; si è parlato di emissioni e di come neutralizzare quelle tossiche; si è discusso di dati epidemiologici e di salute; dopo di che si è dato vita a un dibattito vivace e interessante.
Quello che è apparso chiaro è che i termovalorizzatori potrebbero essere in grado di produrre energia in una percentuale del 4% del fabbisogno nazionale e al contempo di svolgere una parte non insignificante nello smaltimento dei rifiuti cosiddetti inerti. Beninteso, a fronte di un loro incremento e di una garantita “messa in sicurezza”, che annulli ogni rischio di emissione di gas tossici e che provveda allo smaltimento delle scorie.
Del resto, laddove sono già in funzione e progettati nel rispetto delle norme di sicurezza, (gli studi analizzati non si limitavano agli esempi italiani) non si riscontrano danni per la salute della popolazione.
Ma quello dei termovalorizzatori è solo un aspetto della questione: un piano di sviluppo energetico articolato e completo dovrà prevedere soluzioni sul breve e sul lungo termine; dovrà sfruttare ogni fonte possibile di energia, dal gas al fotovoltaico, dall’eolico al nucleare, dall’idroelettrico al carbone; dovrà quindi comportare una diversificazione delle fonti e la loro almeno parziale flessibilità di conversione; dovrà sostenere la ricerca scientifica al fine creare nuovi e moderni sistemi di approvvigionamento.
Di tutto questo si è detto assai poco nel corso della campagna elettorale e, anche quando è stato fatto, i toni si sono mantenuti generici e vaghi.
Ora, alla luce del risultato elettorale, spetterà al PDL (ci si augura con la costruttiva collaborazione delle forze d’opposizione) il compito di portare avanti un serio progetto per lo sviluppo delle fonti energetiche che sia in grado di emancipare l’Italia dalla sua eccessiva e penalizzante dipendenza nei confronti di molte potenze straniere.
La stabilità di governo su cui potrà contare, garantita oggi da un risultato indiscutibile, assegna al vincitore di queste elezioni molti compiti, tutti improcrastinabili: oltre a quello delle riforme istituzionali, economiche, ecc., non potrà mancare un programma che dia nuova energia, e non solo in senso lato, all’Italia e che contribuisca al rilancio della sua economia.


Elena Grandi

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giovedì 13 marzo 2008

Clima: allarme o allarmismo?

Martedì scorso la Fondazione Corriere della Sera ha organizzato l'interessante incontro "Clima: allarme o allarmismo"? Grazie ai relatori, Francesco Battaglia, Docente di Chimica ambientale all'Università di Modena e Reggio Emilia, Corrado Clini, Direttore generale per la Ricerca Ambientale e Sviluppo del Ministero dell'Ambiente e Franco Prodi, Direttore dell'Istituto di Scienza dell'Atmosfera e del clima del Cnr, il dibattito, è stato pacato e di buon livello scientifico, fatto alquanto insolito ed apprezzabile rispetto a ciò che si vede di questi tempi.Ma le sorprese non sono mancate, anche per chi da tempo si occupa di queste tematiche!
Il Prof. Battaglia ha presentato la sua nota posizione secondo la quale i Cambiamenti Climatici in corso non hanno origine antropica ma sono del tutto naturali e l'uomo quindi nulla può fare per contrastarli: la storia del nostro pianeta insegna che da sempre un aumento di temperatura ha causato un aumento di Anidride Carbonica in atmosfera e mai il contrario.
Anche nell'ultimo millennio ci sono stati periodi più caldi del nostro e negli ultimi due secoli, nel periodo industriale dell'umanità, vi sono state anche fasi di aumento di Anidride Carbonica a cui ha corrisposto una diminuzione di temperatura e viceversa.La prima grossa sorpresa viene dal Prof. Prodi, eminente climatologo italiano.
Al Gore ci ha convinti col suo film (non documentario scientifico) che vi sia unanimità tra tutti gli scienziati del mondo sul fatto che i Cambiamenti Climatici siano di origine antropica: come dimostrazione riporta che negli ultimi anni sono stati scritti centinaia di articoli a favore della tesi antropica e zero contro tale ipotesi.
Senza voler discutere della validità di tale metodo dimostrativo, soprattutto in un mondo in cui diverse riviste "scientifiche" hanno chiaramente ammesso che non intendono pubblicare alcun articolo contrario all'ipotesi antropica..., basta documentarsi un attimo per rendersi conto della miriade di libri, pubblicazioni e lavori che correttamente e scientificamente mettono in risalto le criticità ed in alcuni casi i conclamati errori dell'ipotesi antropica ed allo stesso tempo propongono ipotesi alternative supportate da evidenze che il più delle volte danno all'uomo un ruolo marginale, se non nullo, nei Cambiamenti Climatici.
Ma torniamo al Prof. Prodi che, facendo parte degli scienziati "di Al Gore" dovrebbe confutare la posizione del Prof. Battaglia.
Ed invece no! Con quel suo equilibrio e rigore scientifico, già apprezzati in occasione della recente querelle col Pecoraro il quale voleva convincerci che in Italia la temperatura è aumentata quattro volte più che nel resto del Pianeta, ha ammesso che le conoscenze sul sistema climatico sono al momento alquanto limitate ed i climatologi sono un pò come dei bambini che si sono trovati tra le mani un nuovo giocattolo e devono imparare a conoscerlo! A differenza del Prof. Battaglia, il Prof. Prodi sostiene che probabilmente l'Anidride Carbonica emessa in atmosfera dalle attività umane può forse avere un ruolo, ancora tutto da capire e da dimostrare, ma....che botta per gli assertori a spada tratta dell'origine antropica! La situazione in sala è totalmente ribaltata rispetto alle aspettative: vi è sì unanimità scientifica come sostiene Al Gore, ma di posizione opposta! Riassumendo: i Cambiamenti Climatici sono in atto e l'aumento dell'Anidride Carbonica in Atmosfera è un dato di fatto, ma non è per nulla chiaro che sia questa ad originare i primi.
A questo punto la "patata bollente" passa al Dr. Clini che, per sua stessa definizione, in tale consesso rappresenta la parte governativa, quella che deve decidere cosa fare. E qui arriva la seconda sorpresa.La sua prima affermazione è, secondo me, emblematica della situazione di caos in cui ci troviamo: "I Governi del mondo vogliono combattere i Cambiamenti Climatici, anche se al momento non ne sono chiare le cause".Ma come!? Senza essere degli uomini di scienza, è chiaro che se voglio agire su un fenomeno devo sapere quali ne siano le cause, i meccanismi di funzionamento ed i parametri su cui agire, di modo da poter DECIDERE le mie azioni prevedendone gli effetti. Se una mamma vede che il proprio bambino sta male, prima di rimpinzarlo di medicine -quali?- credo sia opportuno sentire il pediatra per capire l'origine del malessere.
Certo, tutti coloro che hanno dei figli, me compreso, si sono trovati nella classica situazione in cui vedendo che i piccoli stanno male, magari nel mezzo della notte, pur di fare qualcosa non è detto che si faccia la cosa giusta...A mio modo di vedere non è ammissibile che i Governi agiscano quasi sull'onda emotiva di una catastrofe annunciata e sbandierata da molti, senza alcuna solida base di comprensione scientifica.
Se ci troviamo "nella notte" cerchiamo di far luce: anzichè buttare miliardi di Euro nell'obbiettivo 20-20-20, che a detta dello stesso Clini nessun Paese europeo sarà in grado di raggiungere, incentiviamo e finanziamo la comprensione del Clima per la quale sarebbero sufficienti investimenti assai più limitati.
E se siamo convinti che i Cambiamenti Climatici sono in atto, anzichè buttar soldi per combatterli senza sapere come, investiamoli per adattarci: anzichè strozzare le economie mondiali per rispettare il Protocollo di Kyoto, arrivando così alla diminuzione di 0.02 gradi (!) nel 2050, tappiamo ad esempio le falle dei nostri acquedotti e limitiamo gli sprechi di questo bene così prezioso ed, a quanto pare, sempre più raro.

Gianluca Alimonti
INFN, Sezione di Milano

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lunedì 3 marzo 2008

Nucleare sì, ma quanto costa?


Recentemente si è tornati a parlare di nucleare in Italia; anzi, se fino ad un paio di anni fa era quasi un tabù, ora sembra essere diventato un cavallo di battaglia. In queste situazioni spesso si sentono affermazioni che più che essere delle valutazioni razionali sull'argomento, derivano da posizioni preconcette. In un recente convegno al Politecnico di Milano mi è capitato sentire da un noto esponente del Kyoto club affermazioni quali: "Solo degli imbecilli possono sostenere che il nucleare sia economicamente competitivo con le altre fonti di energia"; o alla radio, da un sedicente esperto che lavora in un'azienda nel campo della produzione di energia: "A causa dello sproporzionato aumento del costo dell'Uranio, l'energia prodotta con il nucleare è oramai carissima, senza considerare gli enormi costi del decommissioning che rendono tale via impraticabile".

A questo punto verrebbe da ringraziare i francesi che producono circa l'80% del loro fabbisogno di EE (Energia Elettrica) da nucleare e ne vendono una buona parte a noi evidentemente "sottocosto"!... e domandarsi come mai Finlandia, Inghilterra, USA, buona parte dei Paesi occidentali, per non dire di Cina e India, abbiano intrapreso a grandi passi questa via.

Facili battute a parte, la valutazione del costo dell'energia prodotta con la tecnologia della fissione nucleare non è cosa semplice: molteplici e difficili studi sono stati fatti in proposito e credo che un valido, dettagliato e semplice articolo riassuntivo possa essere quello apparso sulla rivista "Energia" poco più di un anno fa: "Valutazione dei costi di produzione dell'energia elettrica da Nucleare".

Bisogna subito dire che a differenza degli impianti termoelettrici tradizionali, per i quali il costo di produzione è per lo più legato al costo del combustibile, negli impianti nucleari è fortemente dipendente da quelli di investimento. Osservando infatti i grafici riportati nell'articolo, si evidenzia che circa il 70% del costo del KWh prodotto da nucleare è originato dai costi di investimento, considerando per questi i normali tassi di mercato.

Proseguendo la lettura di questo interessante articolo, si scopre che solo il 13% del costo dell'EE prodotta è riconducibile al combustibile e di questo solo il 30% (quindi circa 4% del totale) è dovuto all'approvvigionamento di Uranio: il restante 70% viene speso per l'arricchimento e la costruzione della barre di combustibile. E' pur vero che negli ultimi 6/7 anni il costo dell'Uranio è aumentato quasi di un fattore 10 (come si diceva prima, si è passati da tabù a cavallo di battaglia...) ma dall'estate 2006, quando è stata fatta questa valutazione, ad oggi si è passati da 50 dollari alla libbra per l'Ossido di Uranio a quasi il doppio. Aggiornando quindi la valutazione e volendo essere pessimisti, l'Uranio, il cui costo dopo l'impennata di cui si è detto è stabile, se non sceso, incide non più del 10% sul costo del KWh prodotto da nucleare.

Pertanto, anche ipotizzando ulteriori e non motivati aumenti del costo dell'Uranio, è prevedibile un'esigua variazione del costo del KWh, senza dimenticare la possibilità di costituire scorte di combustibile, che permettono di garantire la produzione per diversi anni.

Riguardo al decommissioning, sebbene valutazioni conservative e recenti esperienze sulle prime centrali nucleari, oramai in questa fase della loro esistenza, portino a dire che può costare sino ad un terzo del costo di costruzione, vale lo stesso discorso fatto per l'investimento di capitale fatto all'inizio, che però adesso porta ad un abbattimento dei costi. Infatti, il capitale necessario per lo smantellamento dell'impianto viene accumulato durante la vita della centrale stessa, avendo quindi un peso relativo di pochi punti percentuali sull'EE prodotta (analogo discorso vale per i costi della chiusura del ciclo del combustibile, ovviamente inclusi nella valutazione complessiva finale).

In conclusione, il costo del KWh prodotto col nucleare risulta confrontabile con quello prodotto con la tecnologia più economica presente sul mercato, il carbone, e più vantaggioso rispetto a petrolio e gas anche se sfruttati in ciclo combinato. Rispetto a questi offre vantaggi di sicurezza degli approvvigionamenti e stabilità del costo dell'EE prodotta. Se poi consideriamo il costo della CO2 emessa dagli impianti convenzionali, il nucleare risulta decisamente conveniente, ed aggiungendo la possibiltà di tassi agevolati e fattori di scala (il confronto è stato fatto considerando la costruzione di una sola centrale) l'EE prodotta da nucleare può costare sino alla metà di quella prodotta da carbone.

Parlando di nucleare l'attenzione, soprattutto in un Paese come l'Italia, non va posta sull'economicità "teorica" di tale soluzione, chiaramente dimostrabile, piuttosto sulla capacità di gestire una tale impresa nei modi e nei tempi corretti (ogni anno di ritardo nella costruzione di una centrale, i cui tempi tecnici di realizzazione sono oramai di pochi anni, comporta un aggravio di costo dell'EE prodotta del 5-10%) che ne garantiscano la convenienza e non la trasformino nell'ennesimo pozzo senza fondo di capitali. E naturalmente non mi sto riferendo alle capacità tecniche, scientifiche ed ingegneristiche del nostro Paese, non certo in discussione, quanto alla nostra incapacità gestionale, oramai tristemente nota al mondo intero.

Gianluca Alimonti

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venerdì 14 dicembre 2007

Energia fossile ed energia nuclare: quale futuro? L'audio della serata.

La produzione mondiale di energia e' attualmente dominata dalle fonti fossili: per quanto potremo proseguire in questo modo? Recentemente l'IPCC (organismo mondiale per lo studio dei cambiamenti climatici) ha ribadito la propria posizione di responsabilità umana, ma quali alternative abbiamo? Le fonti rinnovabili ci possono aiutare ma non bastano: possiamo contare sulla produzione di energia nucleare da fissione? E quando arriverà l'energia dalla fusione? Sulla base di dati scientifici viene definito il contesto in cui muoversi.

Ne parla Gianluca Alimonti dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare invitato dal circolo Non Dimenticare Il Futuro:



In alternativa puoi scaricare il file.

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