martedì 22 gennaio 2008

Bilanci dei Comuni, sete di trasparenza

Venerdi 18 gennaio si è tenuto, a Milano, un convegno intitolato "La
trasparenza nei conti pubblici per superare l'antipolitica",
organizzato dalla Fondazione Civicum in collaborazione con la
Fondazione Corriere della Sera e con Il Mondo.



Civicum è nata tre anni fa dall'iniziativa di un gruppo di persone
(professionisti, professori universitari, ecc.) determinate a fare
della richiesta di trasparenza nelle Amministrazioni Pubbliche e del
diritto del cittadino di sapere come e dove vengono spesi i suoi
danari uno strumento di pressione sulle Istituzioni.



Il convegno si è aperto con la presentazione del Dott. Sassoli
(Presidente della Fondazione Civicum), che ha illustrato finalità e
intenti della Fondazione.



All'interessante resoconto del Prof. Giovanni Azzone, che ha esposto
con chiarezza i risultati di uno studio del Politecnico di Milano sui
bilanci comparati dei comuni di Milano, Torino, Roma e Napoli, sul
come i diversi comuni indirizzino a un ambito piuttosto che a un altro
le loro risorse ( la constatazione che il Comune di Napoli abbia
investito maggiormente nella voce "Ambiente" ha sollevato tra la
platea sarcastici commenti), ha fatto seguito una tavola rotonda alla
quale hanno partecipato gli Assessori e i Direttori Generali finanza e
bilancio di quelle città, oltre che esponenti di associazioni che
operano nella stessa direzione di Civicum.



L'intervento più interessante e meno scontato è stato quello di
Domenico Pizzala, Vice Direttore Generale Risorse Finanziarie del
Comune di Torino, che non si è premurato di riuscire gradito a tutti i
costi e ha spiegato come sia difficile essere trasparenti quando si
stilano bilanci che coinvolgono decine di imprese e società (per non
dire della oggettiva difficoltà di renderli più "comprensibili" e
leggibili per il cittadino comune).



Sono quindi intervenuti i sindaci di Roma e Milano.



Le considerazioni di Veltroni sono state tanto superficialmente
condivisibili quanto vaghe e demagogiche. Il dire del come e del
perché la Finanziaria dovrebbe essere resa inemendabile è parso un
mezzo per evitare di entrare nel merito di questioni più pertinenti.



Tanto che alla domanda specifica, sia pure posta forse troppo
timidamente, di una persona del pubblico che chiedeva lumi sui debiti
contratti dai comuni, non vi è stata risposta, con la motivazione che
il convegno era ormai in chiusura. Si è pure sorvolato su un tema
scottante, quello dei derivati, che i nostri amministratori e le
banche interessate non hanno certo piacere di affrontare.



Il sindaco Moratti si è compiaciuto di lusingare il suo collega romano
al quale ha riconosciuto il ruolo importantissimo di capo di uno dei
due grandi partiti italiani e ha concluso auspicando per i due "Comuni
virtuosi" da loro amministrati i doverosi riconoscimenti di merito.



Insomma, ancora una volta, si è avuta la sensazione che i nostri
governanti facciano di tutto per apparire al meglio al solo fine di
catturare voti e che d'altro canto siano indifferenti alle richieste e
alle reali esigenze dei cittadini.



Le esigenze dei cittadini sono ben altre ed è arduo immaginare che la
loro sete di trasparenza e di chiarezza possa venire placata da questa
classe politica. Nei giorni scorsi a Milano, tanto per entrare nel
merito di faccende "quotidiane" (e lontane dalla politica che si fa
nelle aule del parlamento), ne abbiamo avuto ancora una prova in un
episodio emblematico anche se destinato a restare sconosciuto ai più:
all'ultima seduta del Consiglio di Zona 1 è intervenuto l'Assessore al
Decentramento Ombretta Colli per rispondere ad alcune domande di
consiglieri e cittadini preoccupati per il futuro dei CAM. Una delle
poche cose che le Zone (organismi sempre più depauperati di reale
potere e quindi divenuti oggi inutilmente costosi) amministrano
ancora in completa autonomia, sono i CAM (Centri di Aggregazione
Multifunzionali). Bisognerebbe dire "amministravano" perché da alcune
settimane è giunta notizia dall'Assessorato che una fetta consistente
delle attività che in quei centri si svolgono, e cioè i corsi di
ginnastica dolce, sarà data in appalto a Milanosport, una società
controllata dal Comune di Milano. La motivazione di questa scelta è
ufficialmente connessa alla nuova Legge Finanziaria che impedisce alle
Amministrazioni Pubbliche di assumere dipendenti con contratti a tempo
determinato.



A prescindere dal fatto che la comunicazione dell'Assessorato è giunta
alle Zone prima dell'approvazione della Legge Finanziaria (!!!), ci si
è chiesti perché mai non avrebbero potuto essere le Zone stesse a
scegliere la società a cui appaltare i corsi; o comunque a trovare la
soluzione al problema. La scelta dell'Assessorato ha provocato una
presa di posizione contraria, e unanime, sia tra i consiglieri della
maggioranza che tra quelli dell'opposizione. La sensazione è sempre
più quella che i Consigli di Zona, progressivamente erosi dei loro
mandati (ma supportati da una macchina amministrativa composita e
quindi costosa), non siano visti dagli amministratori civici di rango
"superiore" altro che come luoghi di parcheggio per aspiranti politici
e portaborse.



Inevitabile chiedersi anche perché il Comune abbia tanto interesse ad
affidare a Milanosport l'ennesimo appalto. Alle domande poste sul
punto, l'Assessore Colli non ha dato alcuna risposta. Anche in quel
caso il tempo destinato all''incontro doveva ritenersi esaurito:
l'Assessore ha salutato tutti ed è uscito.



Sarebbe questa la trasparenza?
I politici che dovrebbero occuparsi di buona amministrazione, pare si
adoperino solo per comporre le diatribe dei rapporti di potere
interni alla politica stessa: ciò che gli esperti di comunicazione o
di sociologia chiamano "autoreferenzialità", un circuito chiuso.



Ai cittadini rimane il senso di una staticità opprimente e di
una'allarmante mancanza di vere decisioni.




Elena Grandi

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domenica 20 gennaio 2008

L’incoerente coerenza di Veltroni

A domanda precisa di Michele Salvati, il Segretario del Pd risponde
per una volta in maniera precisa: "Quale che sia il sistema
elettorale, o il testo Bianco o il referendum, o l'attuale legge
elettorale, il Pd si presenterà con le liste del Partito democratico e
se Forza Italia avesse il coraggio di fare altrettanto sarebbe
un'enorme conquista per la democrazia italiana".
In una fase del dibattito politico che sembra dominata dalle esigenze
di posizionamento (che con un paragone fantasioso potrebbe evocare le
operazioni di allineamento dei cavalli che precedono la partenza del
Palio di Siena), la dichiarazione di Veltroni è sicuramente
apprezzabile per la sua coerenza con la rivendicazione di vocazione
maggioritaria che il nuovo partito si è ripetutamente vista attribuire
dal suo Segretario.
La chiusa è apparentemente ovvia: se Berlusconi accettasse la sfida,
gli elettori si troverebbero per la prima volta in grado di scegliere
tra due programmi diversi ma omogenei e coerenti, senza snaturamenti
dettati dalle concessioni necessarie per trovare una sintesi di
coalizione tra forze eterogenee e spesso inconciliabili tra loro.
La realtà è però diversa perché la partecipazione solitaria di un
partito leader alla competizione elettorale può effettivamente
consentire una scelta programmatica netta e stabile solo se il
risultato elettorale permette a tale partito anche di governare in
solitudine: in caso contrario sarebbe semplicemente il preludio di un
successivo negoziato tra forze politiche destinato a sfociare in un
programma di compromesso. Quindi l'unica differenza tra l'attuale
situazione e quella che si verificherebbe in caso di risultato
elettorale insufficiente a rendere praticabile un governo monocolore
sarebbe costituita dalla libertà del partito "a vocazione
maggioritaria" di selezionare parterns e scelte programmatiche secondo
le convenienze contingenti e senza doverne rendere preventivamente
conto al proprio elettorato.
In conclusione la promessa di Veltroni è suscettibile di condurre ad
esiti molto differenti ed essendo ciascuna ipotesi dipendente dal
responso elettorale è evidente che un fattore fondamentale per il
concreto conseguimento delle qualità (attitudine a generare programmi
stabili e non snaturati) di cui il sistema viene accreditato è il
sistema elettorale utilizzato.
Insomma in questo caso la prospettazione di un modello elettorale
idoneo a consentire l'obiettivo che viene proclamato non è solo
condizione di coerenza tra annunci e fatti ma è addirittura
indispensabile ad assicurare un contenuto concreto alla dichiarazione
stessa che, altrimenti, perde inesorabilmente di significato.
Alla luce di questo la prima parte della dichiarazione del sindaco di
Roma appare incompleta e insufficiente a giustificare l'enfatico
ottimismo del seguito: è infatti necessario che i leader dei due
maggiori partiti non si accordino solo sulla necessità di liberarsi
degli alleati ma elaborino anche un sistema elettorale che permetta
loro di governare senza essere costretti a cedere al diritto di veto
dei micropartiti dei due schieramenti.
Quello che è certo è che il sistema coerente con le intenzioni
proclamate non può essere certo rappresentato dalla Bianco; tantomeno
nella sua seconda versione iperproporzionalista preconfezionata
dall'asse centrista.
Su questo punto sono apparsi decisamente più convincenti i rilievi di
Berlusconi che alcuni giorni fa ha escluso categoricamente ogni
accordo sulla nuova bianco. Se un accordo è finalizzato agli obiettivi
che il segretario del Pd ha appena avuto il merito di indicare esso
non può che puntare ad un modello elettorale migliore di quello che
scaturirebbe da un positivo esito referendario, dove per migliore si
intende maggiormente favorevole alla nascita di grandi partiti così da
produrre un ambiente adatto alla costituzione di un bipartitismo
maturo con un incentivo all'aggregazione delle forze politiche.
In quest'ottica la soluzione non può essere neppure una Bianco tre
che, proprio in quanto sintesi compromissoria delle prime due
versioni, si collocherebbe comunque su una traiettoria di
allontanamento dall'obiettivo proclamato.
Più verosimilmente un esito positivo potrebbe essere raggiunto
utilizzando il canovaccio del cosiddetto Vassallum o, comunque, di un
sistema con effetti analoghi, accettando di scontentare qualcuno
(prezzo ineliminabile di qualunque riforma realmente incisiva).
La ricerca di un accordo a tutti i costi all'attuale tavolo della
Commissione Affari Costituzionali non è altro che l'ennesima
manifestazione della mancanza di coraggio delle forze politiche,
all'origine della tradizionale incapacità di riformare il sistema: chi
troppo teme che la mancanza di un'intesa costituisca un danno
d'immagine suscita seri dubbi sulle sue effettive doti di leader. Tale
danno, infatti, sarebbe ben poca cosa - per chi si proponesse
l'obiettivo di guidare la società non per il piacere di esercitare il
potere ma per realizzare un progetto di cambiamento - se paragonato
alla rinuncia a governare. Un leader lungimirante che si trovasse
obbligato a scegliere tra queste due penalità non esiterebbe nemmeno
un secondo.

Stefano Bucello

giovedì 17 gennaio 2008

La decarbonizzazione non è una via che porta all’Idrogeno.

Sin dalle sue origini l'uomo ha sempre fatto uso di energia nelle
diverse forme in cui essa si presenta: la prima è stata naturalmente
quella derivata dall'alimentazione, poi la mitica scoperta del fuoco
e, in tempi più recenti, l'energia estratta dal vento (ad esempio per
muovere mulini o navi) e quella dall'acqua. Tutte queste forme di
energia sono quelle che oggi vengono comunemente denominate fonti
rinnovabili e che, direttamente o indirettamente, traggono la loro
origine dal sole.

Solo in tempi molto più recenti l'uomo ha imparato ad estrarre energia
da quelle che sono chiamate fonti fossili, scoprendo prima l'utilità
del carbone, poi del petrolio ed infine del gas. Anche queste fonti
devono in ultima analisi la loro origine al sole ma poiché per la loro
formazione sono necessari milioni di anni, dal punto di vista
dell'uomo non sono considerate "rinnovabili" e rientrano in tutta
un'altra categoria.

Infine solo meno di un secolo fa, l'uomo ha scoperto come estrarre
energia dall'atomo: l'Uranio, sino a quel momento un elemento
"inutile", ha acquistato una nuova valenza divenendo una fonte di
energia. Della stessa categoria fanno parte il Deuterio ed il Trizio,
molto promettenti per avere energia tramite la fusione nucleare, anche
se questa è una tecnologia che necessita ancora di notevoli sviluppi
prima di poter fornire il proprio contributo energetico all'umanità.
Queste ultime sono dette fonti di energia di nucleare.

Le fonti rinnovabili, quelle fossili e quelle nucleari sono
praticamente tutte le fonti di energia che attualmente conosce l'uomo;
per completezza va citata anche la geotermia che normalmente viene
inserita nelle categoria delle fonti rinnovabili.

La disponibilità di enormi quantità di energia a basso costo unita
all'utilizzo di macchine in grado di sfruttarla per le diverse
necessità dell'uomo, ha permesso la grande differenza della qualità
della vita tra il periodo pre-industriale ed i nostri tempi ove il
consumo energetico pro-capite si è più che centuplicato rispetto ai
tempi in cui l'energia proveniva essenzialmente dalle fonti
rinnovabili. Oggi circa l'80% del fabbisogno energetico mondiale è
soddisfatto dalle fonti fossili.

Una fonte di energia è, come abbiamo visto, una sostanza, elemento,
radiazione o massa in movimento da cui l'uomo attraverso certe
trasformazioni riesce con la tecnologia a propria disposizione ad
estrarre energia e produrre lavoro da poter sfruttare per i propri
fini. Questa energia necessita alle volte di essere "trasportata" o
adattata agli utilizzi finali che se ne intendono fare: entra quindi
in gioco il vettore energetico. Quello di gran lunga più diffuso ed
utilizzato dall'uomo è l'elettricità che, anche se alle volte chiamata
energia elettrica, è importante sottolineare non si tratta di una
fonte ma di un vettore di energia: questo ci permette, ad esempio, di
utilizzare l'energia estratta tramite combustione dal carbone in una
lontana centrale termoelettrica per accendere una lampadina, far
funzionare un frullatore o sentire della musica, attività altrimenti
difficilmente realizzabili pur avendo del carbone a casa propria!

L'analisi storica delle fonti di energia utilizzate dall'uomo su
grande scala, come abbiamo visto essenzialmente le fonti fossili, ha
portato di recente ad affermarsi l'idea della decarbonizzazione. Nella
combustione viene liberata energia rompendo alcuni legamici chimici e
formandone altri più stabili; gli elementi fondamentali in gioco sono
l'Idrogeno ed il Carbonio il cui rapporto cresce partendo dal
carbone, passando dal petrolio per arrivare al gas metano la cui
composizione è CH4. Questo tra l'altro è il motivo che rende, a parità
di energia prodotta, il carbone il maggior emettitore di biossido di
carbonio, mentre il gas il più pulito.

Si è osservato come la prima fonte fossile utilizzata su grande scala,
iniziando quindi dalla rivoluzione industriale, sia stata il carbone,
per passare poi al petrolio ed infine al gas naturale: la
decarbonizzazione appunto delle fonti di energia. Secondo alcuni, tale
processo porta ed avrà la sua conclusione nell'utilizzo dell'Idrogeno,
eliminando completamente la presenza del Carbonio.

In realtà questo è un ragionamento con una grossa forzatura:
l'Idrogeno non è una fonte di energia ma un vettore energetico e
quindi non può essere considerato in una categoria di cui non può far
parte. La decarbonizzazione delle fonti fossili è un'interessante
analisi ma che porta ed ha il suo termine nel gas naturale. Se
vogliamo estendere il ragionamento ad altre fonti di energia, possiamo
dire che la decarbonizzazione porta all'utilizzo delle fonti
rinnovabili, non certo una novità come abbiamo visto ma mai sfruttate
su grande scala, ed all'energia nucleare, sia essa da fissione che da
fusione. Queste saranno con elevata probabilità le fonti del futuro e
che al momento necessitano di grossi investimenti in R&S per rendere
economicamente competitive le fonti rinnovabili e tecnologicamente
accessibile la fusione o la fissione di IV generazione.

In ogni caso l'Idrogeno non può far parte di questo ragionamento ma
deve essere considerato tra i vettori di energia, il principale dei
quali è, come abbiamo visto, l'elettricità. Rispetto a questa offre
vantaggi e svantaggi e non può certo essere considerato più o meno
pulito, ma questo fa parte di tutt'altre considerazioni.

Gianluca Alimonti
INFN Sez. di Milano