Daniele Capezzone e Renato Brunetta: alcune proposte concrete
si svolgesse in concomitanza con la crisi di governo e questo ne ha
condizionato i contenuti.
Il filo conduttore è stato quello delle riforme cui la percezione
dell'inevitabile prossimità di un confronto elettorale ha conferito
un'inedita concretezza.
La consapevolezza dell'esigenza di una profonda innovazione del
sistema si è espressa anche nella comune diffidenza per le tardive
mozioni di sentimento con cui si tenta di accreditare una missione
riformatrice di improvvisati governi che dovrebbero imbastire progetti
di riforma dello Stato nell'ultimo scampolo di legislatura. Certamente
è difficile sfuggire al sospetto di una strumentalizzazione dei
problemi di arretratezza della società e delle sue istituzioni per
meno nobili fini di conservazione di assetti politici che gli umori
dei cittadini fanno ritenere precari. Può darsi che il sospetto sia
ingeneroso, ma certo non possono attingere ad un elevato grado di
plausibilità i proclami riformatori di forze politiche che, fino a
quando hanno disposto di una maggioranza parlamentare, non sono mai
riuscite neppure a iniziare una seria azione di ammodernamento dello
Stato ed ora scoprono di essere impedite nel suo svolgimento dalla
mancanza di un governo: ossia dello strumento di cui sino a ieri
disponevano inutilmente.
In realtà più che a un governo sembra seguitare a mancare un progetto
riformatore: infatti anche sulla legge elettorale, che dovrebbe essere
l'obiettivo più immediato della nuova stagione riformatrice, non viene
indicata una proposta precisa ma viene piuttosto diffuso un generico
invito al dialogo che è lecito temere inconcludente dopo l'esperienza
maturata. Del resto una nuova legge elettorale, se esistesse
l'accordo, potrebbe essere redatta ed approvata anche in assenza di un
governo, bastando per essa la maggioranza parlamentare di cui i due
partiti principali già oggi dispongono.
Le intenzioni riformatrici sono credibili quando hanno il coraggio di
manifestarsi con proposte precise, non quando si limitano
all'enunciazione velleitaria e forse anche ipocrita di un bisogno
indefinito di novità.
Coerentemente con questa premessa i due protagonisti dell'incontro
hanno fatto seguire alla critica delle vocazioni riformiste di dubbia
sincerità un'esposizione dei programmi che, a loro avviso, dovrebbero
essere assunti dalla futura nuova legislatura per trasferire l'azione
modernatrice dalla sfera salottiera a quella politica.
Pochi punti concreti per un programma efficiente e il più lontano
possibile dalla vaghezza delle 281 pagine prodiane.
Al rilancio del nucleare, per emancipare la nostra politica energetica
dagli umori dei Paesi dai quali oggi dipendiamo totalmente, hanno
fatto seguito alcune proposte innovative quali l'introduzione della
responsabilità patrimoniale per i pubblici amministratori nonché della
responsabilità civile per i magistrati in caso di dolo o colpa grave.
E, ancora, l'inserimento di criteri di valutazione per i docenti e il
meccanismo del credito d'imposta per sanità e istruzione, in modo da
instaurare una virtuosa concorrenza tra pubblico e privato.
A corollario della condivisa impostazione di fondo "meno tasse, meno
spesa", i due relatori hanno poi delineato due progetti di politica
fiscale. Alla proposta che ben conosciamo dell'introduzione di una
flat tax al 20%, portata avanti dal nostro network e da Daniele
Capezzone, ha risposto con un'altrettanto coraggiosa ricetta
metodologica il Professor Renato Brunetta: il metodo della cosiddetta
"marcatura dell'orecchio", preso in prestito dall'esperienza
anglosassone. Si tratta di rimediare all'asimmetria per cui la
soppressione dei privilegi sacrifica interessi di ceti riconoscibili a
favore di interessi collettivi (e quindi privi di titolari) con la
conseguente mancanza di pressioni antagoniste alle proteste
corporative. Secondo questa proposta sarebbe utile dichiarare
preventivamente la destinazione specifica delle risorse liberate dalla
soppressione dei privilegi, in modo da potenziare l'interesse
collettivo e arginare la capacità di influenza delle lobby con
l'attivazione di forze antagoniste, nell'ambito di una società resa
consapevole dei vantaggi concreti di una riformatrice azione di
governo.
Stefano Bucello










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