L’incoerente coerenza di Veltroni
A domanda precisa di Michele Salvati, il Segretario del Pd risponde
per una volta in maniera precisa: "Quale che sia il sistema
elettorale, o il testo Bianco o il referendum, o l'attuale legge
elettorale, il Pd si presenterà con le liste del Partito democratico e
se Forza Italia avesse il coraggio di fare altrettanto sarebbe
un'enorme conquista per la democrazia italiana".
In una fase del dibattito politico che sembra dominata dalle esigenze
di posizionamento (che con un paragone fantasioso potrebbe evocare le
operazioni di allineamento dei cavalli che precedono la partenza del
Palio di Siena), la dichiarazione di Veltroni è sicuramente
apprezzabile per la sua coerenza con la rivendicazione di vocazione
maggioritaria che il nuovo partito si è ripetutamente vista attribuire
dal suo Segretario.
La chiusa è apparentemente ovvia: se Berlusconi accettasse la sfida,
gli elettori si troverebbero per la prima volta in grado di scegliere
tra due programmi diversi ma omogenei e coerenti, senza snaturamenti
dettati dalle concessioni necessarie per trovare una sintesi di
coalizione tra forze eterogenee e spesso inconciliabili tra loro.
La realtà è però diversa perché la partecipazione solitaria di un
partito leader alla competizione elettorale può effettivamente
consentire una scelta programmatica netta e stabile solo se il
risultato elettorale permette a tale partito anche di governare in
solitudine: in caso contrario sarebbe semplicemente il preludio di un
successivo negoziato tra forze politiche destinato a sfociare in un
programma di compromesso. Quindi l'unica differenza tra l'attuale
situazione e quella che si verificherebbe in caso di risultato
elettorale insufficiente a rendere praticabile un governo monocolore
sarebbe costituita dalla libertà del partito "a vocazione
maggioritaria" di selezionare parterns e scelte programmatiche secondo
le convenienze contingenti e senza doverne rendere preventivamente
conto al proprio elettorato.
In conclusione la promessa di Veltroni è suscettibile di condurre ad
esiti molto differenti ed essendo ciascuna ipotesi dipendente dal
responso elettorale è evidente che un fattore fondamentale per il
concreto conseguimento delle qualità (attitudine a generare programmi
stabili e non snaturati) di cui il sistema viene accreditato è il
sistema elettorale utilizzato.
Insomma in questo caso la prospettazione di un modello elettorale
idoneo a consentire l'obiettivo che viene proclamato non è solo
condizione di coerenza tra annunci e fatti ma è addirittura
indispensabile ad assicurare un contenuto concreto alla dichiarazione
stessa che, altrimenti, perde inesorabilmente di significato.
Alla luce di questo la prima parte della dichiarazione del sindaco di
Roma appare incompleta e insufficiente a giustificare l'enfatico
ottimismo del seguito: è infatti necessario che i leader dei due
maggiori partiti non si accordino solo sulla necessità di liberarsi
degli alleati ma elaborino anche un sistema elettorale che permetta
loro di governare senza essere costretti a cedere al diritto di veto
dei micropartiti dei due schieramenti.
Quello che è certo è che il sistema coerente con le intenzioni
proclamate non può essere certo rappresentato dalla Bianco; tantomeno
nella sua seconda versione iperproporzionalista preconfezionata
dall'asse centrista.
Su questo punto sono apparsi decisamente più convincenti i rilievi di
Berlusconi che alcuni giorni fa ha escluso categoricamente ogni
accordo sulla nuova bianco. Se un accordo è finalizzato agli obiettivi
che il segretario del Pd ha appena avuto il merito di indicare esso
non può che puntare ad un modello elettorale migliore di quello che
scaturirebbe da un positivo esito referendario, dove per migliore si
intende maggiormente favorevole alla nascita di grandi partiti così da
produrre un ambiente adatto alla costituzione di un bipartitismo
maturo con un incentivo all'aggregazione delle forze politiche.
In quest'ottica la soluzione non può essere neppure una Bianco tre
che, proprio in quanto sintesi compromissoria delle prime due
versioni, si collocherebbe comunque su una traiettoria di
allontanamento dall'obiettivo proclamato.
Più verosimilmente un esito positivo potrebbe essere raggiunto
utilizzando il canovaccio del cosiddetto Vassallum o, comunque, di un
sistema con effetti analoghi, accettando di scontentare qualcuno
(prezzo ineliminabile di qualunque riforma realmente incisiva).
La ricerca di un accordo a tutti i costi all'attuale tavolo della
Commissione Affari Costituzionali non è altro che l'ennesima
manifestazione della mancanza di coraggio delle forze politiche,
all'origine della tradizionale incapacità di riformare il sistema: chi
troppo teme che la mancanza di un'intesa costituisca un danno
d'immagine suscita seri dubbi sulle sue effettive doti di leader. Tale
danno, infatti, sarebbe ben poca cosa - per chi si proponesse
l'obiettivo di guidare la società non per il piacere di esercitare il
potere ma per realizzare un progetto di cambiamento - se paragonato
alla rinuncia a governare. Un leader lungimirante che si trovasse
obbligato a scegliere tra queste due penalità non esiterebbe nemmeno
un secondo.
per una volta in maniera precisa: "Quale che sia il sistema
elettorale, o il testo Bianco o il referendum, o l'attuale legge
elettorale, il Pd si presenterà con le liste del Partito democratico e
se Forza Italia avesse il coraggio di fare altrettanto sarebbe
un'enorme conquista per la democrazia italiana".
In una fase del dibattito politico che sembra dominata dalle esigenze
di posizionamento (che con un paragone fantasioso potrebbe evocare le
operazioni di allineamento dei cavalli che precedono la partenza del
Palio di Siena), la dichiarazione di Veltroni è sicuramente
apprezzabile per la sua coerenza con la rivendicazione di vocazione
maggioritaria che il nuovo partito si è ripetutamente vista attribuire
dal suo Segretario.
La chiusa è apparentemente ovvia: se Berlusconi accettasse la sfida,
gli elettori si troverebbero per la prima volta in grado di scegliere
tra due programmi diversi ma omogenei e coerenti, senza snaturamenti
dettati dalle concessioni necessarie per trovare una sintesi di
coalizione tra forze eterogenee e spesso inconciliabili tra loro.
La realtà è però diversa perché la partecipazione solitaria di un
partito leader alla competizione elettorale può effettivamente
consentire una scelta programmatica netta e stabile solo se il
risultato elettorale permette a tale partito anche di governare in
solitudine: in caso contrario sarebbe semplicemente il preludio di un
successivo negoziato tra forze politiche destinato a sfociare in un
programma di compromesso. Quindi l'unica differenza tra l'attuale
situazione e quella che si verificherebbe in caso di risultato
elettorale insufficiente a rendere praticabile un governo monocolore
sarebbe costituita dalla libertà del partito "a vocazione
maggioritaria" di selezionare parterns e scelte programmatiche secondo
le convenienze contingenti e senza doverne rendere preventivamente
conto al proprio elettorato.
In conclusione la promessa di Veltroni è suscettibile di condurre ad
esiti molto differenti ed essendo ciascuna ipotesi dipendente dal
responso elettorale è evidente che un fattore fondamentale per il
concreto conseguimento delle qualità (attitudine a generare programmi
stabili e non snaturati) di cui il sistema viene accreditato è il
sistema elettorale utilizzato.
Insomma in questo caso la prospettazione di un modello elettorale
idoneo a consentire l'obiettivo che viene proclamato non è solo
condizione di coerenza tra annunci e fatti ma è addirittura
indispensabile ad assicurare un contenuto concreto alla dichiarazione
stessa che, altrimenti, perde inesorabilmente di significato.
Alla luce di questo la prima parte della dichiarazione del sindaco di
Roma appare incompleta e insufficiente a giustificare l'enfatico
ottimismo del seguito: è infatti necessario che i leader dei due
maggiori partiti non si accordino solo sulla necessità di liberarsi
degli alleati ma elaborino anche un sistema elettorale che permetta
loro di governare senza essere costretti a cedere al diritto di veto
dei micropartiti dei due schieramenti.
Quello che è certo è che il sistema coerente con le intenzioni
proclamate non può essere certo rappresentato dalla Bianco; tantomeno
nella sua seconda versione iperproporzionalista preconfezionata
dall'asse centrista.
Su questo punto sono apparsi decisamente più convincenti i rilievi di
Berlusconi che alcuni giorni fa ha escluso categoricamente ogni
accordo sulla nuova bianco. Se un accordo è finalizzato agli obiettivi
che il segretario del Pd ha appena avuto il merito di indicare esso
non può che puntare ad un modello elettorale migliore di quello che
scaturirebbe da un positivo esito referendario, dove per migliore si
intende maggiormente favorevole alla nascita di grandi partiti così da
produrre un ambiente adatto alla costituzione di un bipartitismo
maturo con un incentivo all'aggregazione delle forze politiche.
In quest'ottica la soluzione non può essere neppure una Bianco tre
che, proprio in quanto sintesi compromissoria delle prime due
versioni, si collocherebbe comunque su una traiettoria di
allontanamento dall'obiettivo proclamato.
Più verosimilmente un esito positivo potrebbe essere raggiunto
utilizzando il canovaccio del cosiddetto Vassallum o, comunque, di un
sistema con effetti analoghi, accettando di scontentare qualcuno
(prezzo ineliminabile di qualunque riforma realmente incisiva).
La ricerca di un accordo a tutti i costi all'attuale tavolo della
Commissione Affari Costituzionali non è altro che l'ennesima
manifestazione della mancanza di coraggio delle forze politiche,
all'origine della tradizionale incapacità di riformare il sistema: chi
troppo teme che la mancanza di un'intesa costituisca un danno
d'immagine suscita seri dubbi sulle sue effettive doti di leader. Tale
danno, infatti, sarebbe ben poca cosa - per chi si proponesse
l'obiettivo di guidare la società non per il piacere di esercitare il
potere ma per realizzare un progetto di cambiamento - se paragonato
alla rinuncia a governare. Un leader lungimirante che si trovasse
obbligato a scegliere tra queste due penalità non esiterebbe nemmeno
un secondo.
Stefano Bucello










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