mercoledì 7 novembre 2007

Intervista a Giancarlo Pagliarini: “Esercizio provvisorio? E’ il male minore”

Intervista a Giancarlo Pagliarini / “Esercizio provvisorio? E’ il male minore”
di Alessandra Mieli

Il fantasma dell'esercizio provvisorio di bilancio fa capolino nel bel mezzo di di un già surriscaldato clima politico. Però quando si affronta un tema così delicato e difficile, lo spazio per la provocazione, la polemica sterile, il battibecco da Transatlantico si riduce. L'esca lanciata da Giulio Tremonti rischia di diventare un bel boccone avvelenato. Sicuramente per l'attuale esecutivo, ma non solo. E Giancarlo Pagliarini, ministro del Bilancio del primo Governo Berlusconi, aggiunge benzina al dibattito.

Pagliarini, ma l'esercizio provvisorio è un bene o un male per i cittadini?
Storicamente è dimostrato che il Paese è sempre andato meglio quando si è ritrovato in esercizio provvisorio di bilancio. E questo perché i politici non sono in condizione di far danni.

Quindi giudica positivamente l'idea di Giulio Tremonti?
Certo è il minore dei mali... ma lo era anche quando le finanziare le presentava Tremonti nelle vesti di ministro.

Perché allora l'esercizio provvisorio dovrebbe essere un vantaggio?
Perché se lo Stato non interviene è meglio per tutti i cittadini. Ricordo anche che il presidente Giorgio Napolitano ha dichiarato di attendersi che il Governo non faccia ricorso al voto di fiducia. Ebbene la legge finanziaria è una legge da voto di fiducia per definizione. Il Governo, sentiti tutti i pareri dovrebbe presentare un testo alle Camere assolutamente inemendabile per evitare stravolgimenti e su questo porre la questione di fiducia.

Finanziaria e fiducia dovrebbero essere così interconnesse?
Certamente. Perché la Finanziaria è il documento dei ricatti e delle mance.

Si spieghi meglio.
Parlo per l'esperienza che ho maturato quando ero in Commissione Bilancio. Dopo la presentazione, i rappresentanti degli altri partiti sembravano molto irritati e mi domandavo il perché. Che mi fu tosto illustrato: il Ministro (Giulio Tremonti) aveva dimenticato la “mancia”. La “mancia” è quell'insieme quantificato di emendamenti che il Governo s'impegna ad accettare e che poi vengono suddivisi pro quota tra i partiti. Sono poi i partiti che, a loro volta, decidono come distribuire la “mancia”. Ovviamente non posso dire se il metodo è ancora in auge oggi. Ma se ancora facesse parte delle abitudini dei partiti, anche solo per il fatto che con l'esercizio provvisorio salterebbe, sarebbe un risultato apprezzabile.

Su un piano più generale, invece, che effetti può produrre l'esercizio provvisorio?
In termini economici l'esercizio provvisorio implica la probabilità che il Governo cada ma questo non produce effetti nocivi sui conti. In altre parole non cambia niente. Soprattutto perché a un governo dichiaratamente statalista ne succederebbe un altro altrettanto statalista. Anche se si andasse a votare e si ribaltassero le maggioranze.

Insinua che non c'è differenza tra centrodestra e centrosinistra?
La differenza è tra statalisti e liberisti. I problemi non li risolvi con una finanziaria, ma con l'introduzione di una flat tax e con una riforma federale molto forte. Ma gli statalisti da questo orecchio sono sordi.


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L'Opinione, edizione 242 del 07-11-2007

Controcorrente

Tremonti all’Economia? Non è il caso
di Carlo Lottieri

Nel momento in cui la maggioranza di centro-sinistra scricchiola sempre di più e pare quindi avvicinarsi il momento in cui Berlusconi & soci potrebbero tornare alla guida del Paese, c’è da chiedersi se l’Italia conoscerà davvero quella svolta liberale che ci era stata promessa già nel 2001 e che allora non si è vista. Molto dipenderà da chi sarà chiamato a guidare il ministero dell’Economia e se toccherà ancora a Giulio Tremonti il compito di definire i prossimi programmi in materia di bilancio pubblico, liberalizzazioni e concorrenza. Da qualche settimana il professore valtellinese pare candidarsi a sostituire Tommaso Padoa Schioppa una volta che l’armata Brancaleone guidata da Prodi sarà costretta a farsi da parte. I suoi recenti proclami, però, non lasciano certo presagire niente di buono: per varie ragioni.

In primo luogo, è sorprendente che un politico navigato il quale punta a interpretare una coalizione moderata sia tanto avverso ai principi del mercato e agli ideali della libertà individuale. Eppure l’area liberalconservatrice è destinata a individuare nella limitazione del potere statale uno dei propri elementi di coesione, capace di soddisfare quanti sono interessati alla tutela della proprietà, alla valorizzazione delle famiglie, al federalismo, oltre che alla salvaguardia di quei valori tradizionali che lo statalismo da tempo va sradicando. Invece di sfruttare la centralità di Forza Italia nello schieramento moderato e cogliere nel liberalismo un elemento di sintesi della coalizione, Tremonti da tempo va rincorrendo gli esponenti più interventisti della sinistra. Atteggiandosi a no-global, però, sta deludendo molti elettori del suo partito; e a questo proposito c’è anche da chiedersi se l’iniziativa lanciata da Michela Vittoria Brambilla non abbia tratto vantaggio anche dal disorientamento che le posizioni dell’ex-ministro hanno suscitato in larghi settori dell’elettorato berlusconiano.

Ma non è solo una questione di strategia. Forse ancor più grave è che la prospettiva di Tremonti mostri tanta fragilità sui principi. In particolare, quando egli contesta il diritto delle imprese bergamasche a comprare in India (dove spesso trovano fornitori più convenienti di quelli da cui si rivolgevano prima, tedeschi o olandesi che fossero) e quando nega il diritto degli operai delle medesime fabbriche di comprare jeans a dieci euro (cinesi) invece che a trenta o cinquanta (americani o europei), è chiaro che abbiamo a che fare un fanatismo anti-mercato per nulla in sintonia con gli umori prevalenti tra l’elettorato che vota Berlusconi.
A questo punto, e lo si è visto bene in occasione di recenti trasmissioni televisive, se non cambia stile e linguaggio Tremonti rischia di diventare un problema assai serio per il centrodestra e soprattutto per Forza Italia. L’ampia platea di quanti auspicano un coraggioso processo di riforme si senta infatti sempre più a disagio di fronte a proclami come quelli che sono stati recentemente pronunciati dall’ex-ministro a “Porta a porta” o ad “Anno Zero”.

Nel salotto di Bruno Vespa, Tremonti ha contestato la precarietà (di fatto facendo proprie le critiche alla legge Biagi) e ha affermato che soltanto una società come quella americana può accettare contratti di lavoro temporanei e flessibili, mentre in Europa ci sarebbe a suo dire una cultura del “posto fisso”, la quale andrebbe difesa e tutelata. E nell’occasione il rifondarolo Franco Giordano non ha potuto che dargli ragione, chiedendogli per quale motivo egli sarebbe però così aspro nei toni con l’estrema sinistra quando poi, di fatto, sostiene le medesime tesi. Ma stesso spettacolo si è visto da Michele Santoro, dove ha messo sotto processo la globalizzazione e ha fatto le veci del sub-comandante Fausto Bertinotti, suscitando molte perplessità perfino nel conduttore. A questo punto, però, c’è da chiedersi se un’alleanza politica composta da Forza Italia, Alleanza nazionale, Udc e Lega Nord – la quale ambisce ad essere maggioritaria in quella base sociale fatta di piccoli imprenditori, professionisti, artigiani e altri lavoratori del privato – possa mostrare un tasso di liberalismo tanto basso e possa apparire così avversa alla proprietà e al mercato.

E c’è da domandarsi se di tale ideologica opposizione alla concorrenza possa farsi interprete proprio un esponente di Forza Italia, che per giunta potrebbe tornare alla guida del ministero dell’Economia. Ovviamente, le tesi esposte da Tremonti sono fragilissime, e da Santoro è stato molto efficace Alessandro De Nicola, intellettuale liberale certo più vicino al centrodestra che al centrosinistra, il quale ha bacchettato l’ex-ministro ogni volta che questi ha difeso l’assistenzialismo e gli aiuti di Stato, il protezionismo e il crescente controllo del pubblico sull’economia. Usando la sua usuale pacatezza e la forza tranquilla di qualche secolo di scienza economica ormai consolidata, De Nicola ha smascherato la pochezza del post-marxismo tremontiano e il suo furore anti-liberale.
Ma il problema non sono certo gli argomenti colbertisti, che all’interno del dibattito economico odierno possono ormai trovare difensori solo tra le formazioni collocate ai margini dello schieramento politico. La vera questione, oggi, è che cosa voglia fare Tremonti nel centrodestra e cosa il centrodestra intenda farne dell’estremista Tremonti. Gli elettori gradirebbero certo una risposta al riguardo, ma con un qualche anticipo rispetto alle elezioni.

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